Antonio Negro nacque ad Alassio (Savona) il 17 giugno 1908, da Francesco Domenico, artigiano, e da Tommasina Massardo, casalinga.
Frequentò la scuola primaria, ginnasiale e il liceo classico presso il collegio salesiano Don Bosco di Alassio e conseguì la maturità classica; molto attivo tra i salesiani e nella locale comunità, fu anche tra gli animatori della Filodrammatica e per molti anni presidente del Circolo Auxilium.
A dodici anni conobbe l’omeopatia grazie a Dante Biscella, milanese, omeopata, perfezionatosi con Constantine Hering, uno dei padri della medicina omeopatica statunitense, presso lo Hahnemann Medical College di Filadelfia. Biscella oltre ad averlo curato dall’influenza spagnola, lo avvicinò alle opere del fondatore Samuel Hahnemann e a quelle dei suoi allievi francesi e anglo-americani, e lo appoggiò quando scelse di studiare medicina e di seguire all’Università di Genova le lezioni di Nicola Pende.
Pende stesso, del resto, come Negro sarebbe venuto a sapere molti anni dopo dal carteggio di Biscella, era stato da questi introdotto all’omeopatia, trovandovi strette relazioni con il neovitalismo ippocratico e più in generale con la propria teoria del costituzionalismo, che considerava la costituzione integrale dell’individuo ai fini della diagnosi e della terapia (Veritàomeopatica, 2007, p. 91).
A Genova si iscrisse alla facoltà di medicina e chirurgia, seguì i corsi di Giuseppe Tusini e di Ettore Maragliano, frequentò l’Istituto di anatomia comparata di Ettore Remotti, l’Istituto di dermatologia e soprattutto l’Istituto di clinica medica diretto da Pende. Nel 1932 si iscrisse al Partito nazionale fascista, presso il fascio di combattimento di Alassio. Il 4 luglio 1935 si laureò con una tesi in dermatologia (105/110).
Superato l’esame di Stato a Roma con Cesare Frugoni, iniziò a collaborare stabilmente con Pende, quale allievo interno. Nel 1936-37 prestò servizio militare presso la Scuola di Applicazione di sanità militare di Firenze, poi come sottotenente di prima nomina fu inviato ad Albenga. Nel 1938-39 divenne assistente dirigente della Casa di cura e del gabinetto scientifico dell’Istituto termale di Chianciano, diretto da Pende.
L’incontro con Pende, dopo quello con Biscella, fu decisivo nella biografia scientifica e professionale di Negro che, non a caso, presentò il proprio approccio clinico all’omeopatia come la concretizzazione delle teorie di Pende (a sua volta allievo di quel Giacinto Viola, teorico del costituzionalismo medico, autore nel 1935 del lemma Omeopatia per l’Enciclopedia Italiana). Nel 1936, quando Pende fu chiamato a dirigere l’Istituto di patologia speciale medica al Policlinico Umberto I di Roma, Negro lo seguì. Assistente volontario presso l’Istituto, con l’incarico della direzione dell’ambulatorio della crescenza per il reparto maschile, vi rimase ininterrottamente sino al collocamento a riposo di Pende alla fine del 1950, cessando dall’ufficio di assistente incaricato presso la cattedra di patologia speciale medica e metodologia clinica il 31 gennaio 1951.
Nel giugno 1940 fu richiamato alle armi e assegnato come sottotenente medico presso il comando dell’ospedale militare di Cagliari, poi dal dicembre fu trasferito a Roma al Reparto ufficiali feriti dell’ospedale militare del Celio e ad agosto 1944 riprese il posto di assistente incaricato; superate le vicende del 1943-47, fu confermato nel ruolo da Silvio De Candia, quando questi sostituì temporaneamente Pende alla guida dell’Istituto a seguito dei provvedimenti di epurazione che l’avevano colpito. L’omeopatia gli appariva come evoluzione continuativa, iniziata nel segno di similia similibus curantur di Ippocrate e conclusa nel costituzionalismo e nella biotipologia di Pende: «il vero progresso sarà ottenuto sol quando si cercheranno, nel concetto ippocratico-omeopatico posto di fronte allo studio patologico individuale, le capaci corrispondenze medicamentose» (L’omeopatia…, 1951, p. 11). Tale combinazione era definita scienza medica dell’individuale, sintetizzata nel trinomio indissolubile biotipo-malattia-rimedio, riflesso dell’idea dell’uomo-individuo come unità indivisibile «di materia corporea, di anima e di spirito, di divina origine, per cui tutte le manifestazioni vitali di questa totalità sono sempre fisiche e psichiche al tempo stesso» (Pende, 1958, p. 4). In questi termini, il «pensiero omeopatico è naturalistico, storicistico, biologico e anche religioso, rivela il concetto dell’uomo persona e il significato dell’origine secondo la legge universale» (Biotipopatogenesi…, 1981, p. 11).
Non è un caso che la sua pratica terapeutica, caratterizzata da una forte dimensione religiosa, fosse segnata da un serrato dialogo con il paziente concepito come strumento necessario alla comprensione della «persona umana nella sua ontogenesi di biotipo, attraverso lo studio della sua morfologia e della psicogenesi personale» (I veri principi…, 2006, p. 16). Il suo approccio ripropose, in altri termini, l’impostazione di Hahnemann, integrandola con la clinica biotipologica di Pende e con una lettura religiosa che aveva in Agostino d’Ippona e in Theillard de Chardin gli autori di riferimento. Da un iniziale orientamento pluralista – nel quale rimandi similari potevano interagire tra loro, avvicinandosi alle posizioni dell’omeopata argentino Tomas Paschero – Negro si spostò gradualmente verso una lettura unicista marcata in chiave quasi mistica: un rimedio unitario capace di agire in toto sulla realtà biologica del malato.
L’8 dicembre 1943 sposò Clara, figlia del giornalista politico e studioso delle tradizioni romane Giuseppe Ceccarelli, noto come Ceccarius, dalla quale ebbe due figli: Francesco Eugenio (1944), medico omeopata e attuale presidente della Fondazione Negro, e Paolo (1947), ordinario di Chirurgia generale e specialistica presso l’Università La Sapienza.
Nel 1948 conseguì l’abilitazione alla libera docenza in Scienza dell’ortogenesi, presentando quattro lavori elaborati nel quinquennio precedente: tre saggi, dedicati allo studio della personalità psichica del lattante, alla terapia medico-pedagogica della balbuzie, allo studio del mongolismo, e una monografia, scritta insieme a Sellina Gualco (La sindrome ipertimica di Pende: studio clinico e terapeutico su 65 casi, Bologna 1943). La commissione, considerata anche la gestione dell’ambulatorio delle malattie della crescenza negli anni accademici 1945-46, 46-47, 47-48, valutò positivamente Negro che, nello stesso anno, chiese di essere annoverato tra i liberi docenti della Sapienza.
Qui, dal 1951, tenne un corso in scienza dell’ortogenesi, di 20 ore all’anno, mantenuto continuativamente fino all’anno accademico 1987-88, quando la facoltà di medicina decise di «soprassedere alla attribuzione di compiti didattici per quei liberi docenti per i quali non vi sono indicazioni circa il titolare del corso ufficiale con il quale integrarsi» (Arch. storico Sapienza, f. personale). I libretti universitari delle lezioni documentano tuttavia il suo impegno fino all’anno accademico 1990-91, quando dedicò il corso a Ortogenesi e vitalismo.
Nelle lezioni, oltre a esporre fedelmente le teorie costituzionaliste di Pende, dedicò speciale attenzione alla biotipologia come scienza esplicativa dei problemi della crescenza, dell’eredità e delle patologie croniche deformanti. Con la fine degli anni Cinquanta, le lezioni cominciarono a concentrarsi sull’omeopatia e in seguito sull’eugenetica. Il corso del 1958 fu dedicato a Ortogenesi e medicina preventiva; da allora in poi il tema della prevenzione, nell’accezione di una ‘eugenetica positiva’, centrata sulla generazione e sui problemi della crescenza infantile, tornò ripetutamente sino alla fine degli anni Ottanta e nel 1983-84 fu oggetto del corso Prevenzione eugenetica e ortogenesi. Nel suo lessico, eugenetica equivaleva ad attitudine propria dell’atto omeopatico impiegato in gravidanza, teso a intervenire sui fattori epigenetici, per attivarli e modificarli rispetto ai fattori patogenetici ereditari.
Fin dagli anni Trenta, Negro aveva cominciato a investire sull’istituzionalizzazione dell’omeopatia in Italia. Spinto da Biscella, prese parte alla costituzione del Centro omeopatico romano (COR), attivato nel 1932 da Riccardo Galeazzi Lisi, futuro archiatra di Pio XII, dove incontrò tra gli altri Agostino Gemelli, Alessandro Messea direttore della sanità pubblica e poi del Regio istituto fisioterapico ospedaliero, Evelino Leonardi medico omeopatico di Gabriele D’Annunzio e fondatore della Clinica Morgagni. Nel 1937 partecipò alla Prima adunanza omeopatica italiana, promossa dal COR, in cui si posero le basi del Congresso internazionale di omeopatia da tenere nel 1941. Nel 1939, in occasione della Seconda adunanza, in seguito alle dimissioni di Galeazzi Lisi, fu nominato nuovo direttore del COR e avviò una fase di rinnovamento, giunta a compimento nel 1947.
In quell’anno fu tra i fondatori dell’Associazione omeopatica italiana (AOI), sorta dall’unione della Associazione nazionale omeopatica italiana (ANOI) e del COR, di cui fu nominato vicepresidente; istituì il primo corso triennale di Medicina omeopatica hahnemanniana svolto con continuità fino al 2010, aperto a tutti i laureati in medicina e chirurgia e ospitato presso la sede di S. Lorenzo in Miranda del Nobile collegio chimico farmaceutico Universitas Aromatariorum Urbis; fondò e presiedette fino al 1955 il Centro ippocratico hahnemanniano italiano (CIHI), cui affidò la diffusione dell’omeopatia in Italia.
Nel 1949 al CIHI fu associato l’Istituto di medicina omeopatica (IMO), pensato e fondato insieme al conte milanese Giancarlo dal Verme. L’IMO rappresentò l’ingresso dell’omeopatia sul mercato, l’avvio della commercializzazione di prodotti omeopatici e la loro distribuzione nelle farmacie. Nel 1953 fu socio fondatore e presidente della Accademia italiana di medicina omeopatica hahnemanniana, nel 1957 presiedette il primo Congresso nazionale di medicina omeopatica, organizzato in collaborazione con l’Istituto di genetica e gemellologia Gregorio Mendel della facoltà di medicina e chirurgia della Sapienza, presieduto da Luigi Gedda. Fu consulente medico omeopatico di Pio XII, attraverso Galeazzi Lisi, e di Paolo VI, che lo insignì nel 1964 dell’onorificenza dell’ordine di Gregorio Magno.
A Napoli, nel 1970, fondò il Centro di medicina omeopatica napoletano (CEMON) e, nel 1976, la Libera Università internazionale di medicina omeopatica (LUIMO), insieme ad Adele Alma Rodriguez, all’argentino Tomas Paschero e al messicano Proceso Sanchez Ortega. L’Istituto superiore di Sanità nominò la LUIMO membro della Commissione medicina Omeopatica e Negro referente. Nel 1972, l’ambulatorio romano dell’IMO si trasformò nella Società ambulatori di medicina omeopatica (SAMO) di cui assunse la direzione sanitaria. Nel 1979 fece parte della Commissione di esperti nominata dal Consiglio superiore della Sanità, per stabilire i controlli da svolgere sui materiali omeopatici diretti alla terapia.
Nel 1991 si staccò dalla LUIMO, si dimise dalla CEMON, affidò la direzione della SAMO al figlio Francesco Eugenio e fondò la Scuola italiana di medicina omeopatica hahnemanniana (SIMOH) con l’obiettivo di combinare i tre ambiti della medicina ambulatoriale, della didattica e del centro studi; la diresse fino alla morte e al suo interno fondò, nel 1996, il Centro studi biotipologici di ortogenetica Nicola Pende.
Fu medico personale di Oscar Luigi Scalfaro e curò saltuariamente Sandro Pertini, che nel 1984 lo insignì del titolo di Grande ufficiale dell’ordine al merito della Repubblica italiana. Due anni dopo Francesco Cossiga gli attribuì il titolo di cavaliere di Gran Croce. Nel 1993 promosse la collana editoriale «Similia similibus curentur». Nel 2006 creò il Museo dell’omeopatia-Archivio storico, nella sede di piazza Navona.
Morì a Roma il 25 marzo 2010, e fu sepolto nella tomba di famiglia ad Alassio accanto alla moglie e ai genitori.
Tra le sue opere:

L’omeopatia. Relazione, discussione e aggiornamento, Roma 1951;

La realtà omeopatica, ibid. 1960; Biotipopatogenesi miasmatica omeopatica, in Rassegna di medicina omeopatica, aprile-giugno 1981, n. 2, pp. 6-14;

Medicina omeopatica, in Istituto Superiore di Sanità, Rapporti Istisan, 85/11, Roma aprile 1985;

I veri principi della medicina omeopatica hahnemanniana, in Rassegna italiana di medicina omeopatica, I (luglio-dicembre 2006), 1, pp. 9-30;

Verità omeopatica (1991), in Bibliografia omeopatica italiana, Milano 2007 (pubblicata con il figlio Francesco Eugenio), pp. 91-95.
Tratto da http://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-negro_%28Dizionario_Biografico%29/