I primi sintomi di tossicità intestinale sono presenti già nei bambini, si tratta di riconoscerli il prima possibile per poter subito adottare tutte le misure necessarie a far sì che il processo non proceda oltre. Ecco quindi questi primi segni:

  • coliche intestinali nei primi mesi
  • arrossamenti cutanei diffusi
  • crosta lattea
  • ittero neonatale
  • stitichezza

Come vedete, sono disturbi molto frequenti nei bambini nei primi mesi di vita, ed è importante riconoscerli subito per quello che essi sono realmente, evitando accuratamente di trattarli localmente in modo sintomatico. Ad esempio, bisogna sempre evitare di somministrare farmaci antispastici per le coliche intestinali, così come non vanno mai applicate pomate volte a eliminare gli arrossamenti della pelle o la crosta lattea. Allo stesso modo non bisogna mai sottoporre i neonati alla fototerapia con raggi ultravioletti per eliminare l’ittero nei primi giorni di vita, né soprattutto dare farmaci lassativi per la stitichezza (tipo la mannite), oppure fare ripetutamente dei microclismi.
Così facendo, infatti, vengono solo trattati i sintomi locali, che invece sono i segni dell’iniziale stato di sofferenza dell’intestino determinato dalla presenza in eccesso di tossine. Queste sono in gran parte ereditarie (tutte le volte che i genitori soffrono di disturbi a livello gastrointestinale o di altre patologie croniche trasmettono queste tossine al bimbo), ed anche acquisite, in particolare attraverso le proteine del latte vaccino, che spesso possono causare fenomeni di intolleranza. A questo proposito, alle mamme che allattano spesso viene consigliato di bere latte e di mangiare formaggi per favorire l’allattamento e garantire un adeguato apporto di calcio. In realtà, in questo modo, si corre il rischio di accrescere il livello di intolleranza del bimbo alle proteine del latte che vengono assunte con l’allattamento al seno. Così inevitabilmente aumenterà il livello do tossicità a livello intestinale, con l’aggravamento dei sintomi indicati in precedenza, che di fatto esprimono l’iniziale stato di sofferenza dell’intestino del bambino.
Se questi sintomi non vengono riconosciuti come tali e vengono trattati solo a livello locale, si innesca un processo che andrà ad accrescere lo stato di tossicità dell’intestino, per cui, di conseguenza, compariranno altri disturbi, che rappresentano il tentativo di liberazione delle tossine accumulate a livello intestinale.

I sintomi che indicano lo sforzo di eliminazione delle tossine intestinali da parte dell’organismo del bambino sono:

  • acetone
  • catarro delle mucose delle vie respiratorie, delle orecchie, dell’app. gastrointestinale (gastroenteriti)
  • prurito anale
  • reflusso gastroesofageo
  • accessi di tosse abbaiante
  • bruxismo (digrignamento dei denti)

È fondamentale saper riconoscere questi sintomi per quello che sono realmente, cioè processi di liberazione delle tossine accumulate a livello intestinale. E come tali vanno assolutamente rispettati e mai contrastati, per evitare che lo stato di tossicità intestinale vada inesorabilmente ad aggravarsi. Così, quando un bambino ha una crisi di acetone con il vomito e la febbre, non bisogna mai dargli un farmaco contro il vomito (tipo il Biochetasi o il Plasil), né tantomeno un farmaco contro la febbre (come la Tachipirina). Infatti il vomito è la via di liberazione delle tossine acetoniche più rapida ed efficace che l’organismo del bimbo è in grado di attivare, e la febbre è una reazione spontanea del sistema immunitario che serve per poter arrivare a suscitare il vomito, utile per eliminare al massimo queste tossine intestinali. È evidente che, bloccando il vomito e la febbre, questo processo di liberazione viene impedito e la tossicità intestinale si aggrava.
Così vengono attivate altre vie di eliminazione, come ad esempio la produzione di catarro da parte delle mucose, in particolare a livello delle vie respiratorie, delle orecchie e dell’apparato gastrointestinale con episodi di gastroenteriti. A questo punto è molto importante non somministrare mai farmaci contro il catarro (come i mucolitici o i cortisonici, spesso dati tramite aerosol), così come non bisogna mai dare antibiotici per eliminare le secrezioni delle orecchie, né dare farmaci antidiarroici o antibiotici in caso di gastroenteriti.
Allo stesso modo bisogna considerare il caso del reflusso gastroesofageo. In genere, i bimbi con questo problema non riescono a digerire bene il latte, per cui, dopo ogni poppata, iniziano a piangere in modo irrefrenabile, specie se vengono messi nella culla, con conseguente impedimento al sonno. La spiegazione che viene data dal pediatra è che in questi bimbi non è ancora ben funzionante lo sfintere del cardias tra l’esofago e lo stomaco, per cui il latte mischiato al succo gastrico acido prodotto dallo stomaco risale un po’ nell’esofago causando forti bruciori. Per questo vengono somministrati, spesso per lunghi periodi, farmaci antiacidi e antidolorifici, per cercare di sedare questi disturbi, fino a quando si completa il funzionamento del cardias. In realtà, in quasi tutti i neonati il funzionamento del cardias non è ottimale per i primi mesi di vita, ma non per questo tutti questi bimbi soffrono del reflusso gastroesofageo. È evidente che questo disturbo è legato ad altri fattori, in particolare allo stato di sofferenza dell’intestino carico di tossine. E l’aumento della produzione del succo acido da parte dello stomaco, causa del bruciore esofageo per il malfunzionamento del cardias, è l’espressione del tentativo ulteriore di eliminazione delle tossine intestinali in eccesso. Ora, se questo è vero, bisogna seriamente porsi il problema se la somministrazione per mesi di farmaci antiacidi sia veramente un bene per la salute del bimbo, e non invece un grave danno, in quanto va a contrastare ancora una volta una importante via di eliminazione di tossine.
Lo stesso si può dire per quegli accessi di tosse abbaiante che spesso colpiscono i bambini, specie durante il sonno. Anche in questo caso dare sciroppi o farmaci contro la tosse è un grave errore, perché vanno ad agire contro il sintomo senza preoccuparsi dell’origine della tosse. Infatti, come per i sintomi precedenti, anche questo tipo di tosse va considerato come una via di liberazione di tossine intestinali, per cui la sua soppressione causa inevitabilmente un aumento dello stato di tossicità.
Per avvalorare maggiormente quanto detto finora, possiamo fare riferimento ancora al Dr Paschero, che fa un’affermazione molto importante:

“La trasformazione di un’affezione in un’altra si può spiegare soltanto con l’asserzione vitalistica che le diverse manifestazioni fisiopatologiche che si susseguono in questo modo sono il risultato del gioco di un substrato dinamico comune che conferisce loro il significato patologico”.

Questo è un principio di fondamentale importanza. Significa che dietro ogni patologia c’è una medesima realtà, un substrato dinamico comune, che, a seconda di vari fattori, si manifesta in modo diverso di volta in volta. Così, per arrivare a comprendere la vera natura delle diverse patologie, non bisogna considerarle come eventi a se stanti, casuali, slegati l’uno dall’altro, ma come diverse manifestazioni dell’unica realtà di fondo che rende ragione e giustifica la loro comparsa. E questa realtà non è visibile di per sé, ma si rende manifesta e comprensibile proprio attraverso i diversi eventi patologici che si susseguono nella vita del paziente.
In questo caso, lo stato di tossicità dell’intestino non è visibile di per sé, anche sottoponendo il paziente ad esami del sangue, esame delle feci, ecografia, gastroscopia, colonscopia e quant’altro: tutti gli esami saranno negativi. E questo semplicemente perché la radice ultima della malattia non è visibile dalle analisi, anche le più sofisticate: la radice del male, come ci ricorda Paschero, è quel substrato dinamico comune di cui parleremo diffusamente in seguito, e che rende ragione della comparsa delle diverse patologie.
Pertanto, tutte le volte che ci troviamo di fronte a qualsiasi sintomo, bisogna sempre chiedersi cosa c’è dietro, cosa sta a significare, cosa mi vuole indicare. L’esempio più chiaro, a questo proposito, è sempre quello della spia che si accende nel cruscotto della macchina. A nessuno verrebbe in mente di smontare il cruscotto per cercare lì il motivo per cui si è accesa quella spia, né tantomeno ci sogneremmo mai di staccare la lampadina che si è accesa, pensando così di aver risolto il problema. Ebbene, tutte le volte che si somministra un farmaco diretto contro i sintomi della malattia, è come staccare quella lampadina, perché ci limitiamo ad eliminare il sintomo.
Ma il sintomo non è mai la malattia! È il segnale indicatore della malattia, come la spia della benzina mi indica che manca benzina, oppure l’olio o l’acqua nel radiatore. Pensiamo a quanto uso viene fatto oggi di farmaci sintomatici: antipiretici, antidolorifici, antinfiammatori, antitosse, antibiotici, antiacidi, antistaminici, antivomito, antidiarroici, ecc. E ogni volta si cura il sintomo, senza preoccuparsi del significato che esso ha, di ciò che mi vuole indicare, cioè delle cause che l’hanno determinato. Aver confuso i sintomi con la malattia, e quindi indirizzare la terapia sui sintomi, cioè sugli effetti e non sulle cause, credo sia il più grande equivoco e l’errore più pericoloso in cui è caduta la medicina di oggi.